C’era una volta Gigi Riva… la fiaba più bella che mi abbiano mai raccontato!

E’ passato un mese.

“Il calcio mi ha dato un po’ tutto nella vita, e non mi ha tolto nulla, a parte qualche brutta botta”. Gigi Riva sorride. Il mito della vita dei bambini diventati grandi con l’orgoglio di uno scudetto sul cuore e di chi, come me, ne ha sentito parlare, ha visto le immagini in televisione e lo salutava, o ti salutava per primo, timidamente per strada come se ti conoscesse da sempre. E quel numero 11 cucito sulla maglia azzurra, con le braccia al cielo tirate su 35 volte. Mai nessuno come lui. Il suo ufficio in via Tola, sigaretta sempre accesa, un’infanzia difficile con un padre scomparso troppo presto; la Sardegna vista per la prima volta dall’aereo, il campo dell’Amsicora, il Tricolore, il no alla Juventus, la maledizione del “Prater” di Vienna, l’amico dei giovani (Buffon e Barella per citarne due), la giacca e la cravatta da dirigente della nazionale. La famiglia ed i figli, con un cognome troppo importante da portare. E poi il Cagliari, il suo ed il nostro Cagliari. Le partite le guardava non in diretta, ma conoscendo già il risultato: “non ce la posso fare, mi viene lo stress, il Cagliari mi fa soffrire… soffrire e gioire!”. L’ultima volta allo stadio il 12 febbraio del 2017 per ritirare il Collare d’oro del Coni. Sorrideva. Gigi Riva sorriderà sempre.

La fine di un tempo, di una persona che sembrava eterna. La marea di gente intorno alla Basilica di Nostra Signora di Bonaria il giorno del funerale, trasmette quasi la sensazione di un sogno perduto. Un sogno che ha attraversato generazioni di tifosi, uomini, donne e bambini; un uomo che ha giocato a pallone per neanche 15 anni, ma che è stato capace di consacrarsi mito nel mezzo secolo successivo, uomo simbolo di Sardegna, affascinante e misterioso come la terra che lo ha accolto, amato e rispettato. Tiferà da lassù per la sua isola ed il suo Cagliari.

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